Bruxelles, 26 agosto 2026. Nella sala riunioni di un palazzo anonimo del quartiere europeo, funzionari francesi e tedeschi stanno negoziando il testo di una legge che potrebbe cambiare le regole del gioco per ogni azienda manifatturiera europea. I francesi vogliono etichette “made in Europe”, quote di approvvigionamento pubblico riservate ai produttori locali, una barriera protettiva contro l’acciaio cinese e il cemento a basso costo. I tedeschi alzano la mano: noi esportiamo, non possiamo permetterci ritorsioni commerciali. Ursula von der Leyen ha già scelto la data per il suo discorso sullo Stato dell’Unione, 16 settembre a Strasburgo, e intende presentarsi con qualcosa di concreto tra le mani. Il problema è che i suoi due principali alleati non riescono a trovare un accordo su cosa mettere in quella mano.

La partita che si sta giocando a Bruxelles non è un ordinario dibattito di politica industriale. È il tentativo dell’Europa di rispondere a una domanda che ha rimandato per vent’anni: vuole essere un mercato aperto o un sistema industriale protetto? Ogni settimana che passa senza una risposta, questa ambiguità si trasforma in incertezza reale per chi deve decidere dove produrre, dove approvvigionarsi, in quale mercato investire.

Per un imprenditore italiano con clienti o fornitori europei, la domanda non è accademica. Se l’Industrial Accelerator Act passa nella versione francese, alcune categorie di prodotti avranno accesso preferenziale agli appalti pubblici europei solo se prodotti in Europa, con standard di contenuto locale. Se passa nella versione tedesca, diluita e orientata alla competitività aperta, cambierà poco. Se non passa affatto, scenario tutt’altro che improbabile con un Consiglio che litiga su ogni virgola, l’Europa continuerà a perdere quota manifatturiera mentre China e USA consolidano le proprie industrie con sussidi e barriere non dichiarate.

Mario Draghi, che ha dedicato mesi a scrivere il rapporto sulla competitività europea che nessuno ha implementato, ha risposto a questo stallo fondando il Ryan Group insieme a Patrick Collison, co-fondatore di Stripe. Un think tank privato con risorse private per fare pressione su istituzioni pubbliche che non riescono a muoversi. È il segnale più eloquente dello stato dell’Europa industriale: quando persone come Draghi smettono di aspettare le istituzioni e costruiscono strumenti alternativi per spingere dall’esterno, significa che l’interno ha smesso di funzionare.

Il Fatto in Numeri: La Manifattura Europea che Arretra

Il dato di partenza è semplice e brutale: la quota manifatturiera nell’economia dell’UE è oggi attorno al 14% del PIL. La Commissione Europea, attraverso l’Industrial Accelerator Act, si propone di portarla al 20% entro il 2035. Questo è un obiettivo ambizioso che richiede una crescita di sei punti percentuali in meno di dieci anni, in un contesto di concorrenza cinese strutturalmente più aggressiva e di protezionismo americano che non mostra segni di allentamento.

Il rapporto Draghi, pubblicato nel settembre 2024, aveva identificato un gap di investimento annuo tra i 750 e gli 800 miliardi di euro rispetto agli Stati Uniti, solo per mantenere le posizioni, non per recuperare terreno. A distanza di quasi due anni da quel rapporto, le analisi indipendenti mostrano che una frazione marginale delle raccomandazioni è stata effettivamente implementata. Le misure più strutturali, mercato unico dei capitali, semplificazione normativa, politica industriale coordinata, restano sulla carta.

L’Industrial Accelerator Act nasce in questo contesto. Il testo originale si chiamava “Industrial Decarbonization Accelerator Act”: il termine “decarbonizzazione” è stato rimosso dal titolo nelle versioni successive perché considerato politicamente tossico in un momento in cui diversi governi europei stanno ridimensionando le ambizioni del Green Deal sotto la pressione di industrie nazionali in difficoltà. Questo dettaglio non è cosmetics: segnala che la Commissione sta scegliendo la competitività sull’agenda verde, almeno nella comunicazione, anche se le misure di contenuto restano orientate alla manifattura a basse emissioni.

Le proposte attualmente in discussione includono quote di approvvigionamento pubblico per prodotti europei in settori come cemento e alluminio, un’etichetta “made in Europe” con requisiti minimi di contenuto locale, e lead markets per prodotti industriali a basso contenuto di carbonio. L’acciaio, inizialmente incluso, è stato rimosso per evitare attrito con Washington e con l’India, con cui l’UE ha recentemente siglato un accordo commerciale di rilievo.

La BCE, nel frattempo, segnala attraverso il governatore Philip Lane che l’aumento della spesa militare europea sta avendo effetti sull’economia dell’eurozona. Gli effetti sono in parte positivi per la domanda aggregata, ma con implicazioni sulla capacità produttiva e sui prezzi che richiedono monitoraggio attento. Il contesto monetario resta quello di un’Europa che gestisce ancora pressioni inflazionistiche residue in alcuni segmenti mentre cerca di stimolare investimenti industriali.

Perché Ora: Il Timing Non è Casuale

Il negoziato sull’Industrial Accelerator Act si apre formalmente in autunno, con il discorso di Von der Leyen del 16 settembre come momento di lancio politico. Ma il timing è determinato da tre convergenze che rendono la finestra del 2026 probabilmente irripetibile.

Prima convergenza: le elezioni americane del 2024 hanno prodotto un’amministrazione che ha trasformato il protezionismo in politica strutturale, non in misura eccezionale. I dazi sull’acciaio europeo, le tensioni sugli EV, la pressione su aziende tech europee non sono episodi. Sono la nuova normalità. L’Europa ha impiegato due anni per metabolizzare questa realtà e ora deve rispondere con una politica industriale propria, o restare schiacciata tra Washington e Pechino.

Seconda convergenza: la Cina ha accelerato la sua penetrazione manifatturiera in Europa attraverso prezzi che i produttori europei non riescono a eguagliare, specialmente in settori come i pannelli solari, i veicoli elettrici e ora alcune categorie di macchinari industriali. Questo non è un fenomeno nuovo, ma la sua velocità è aumentata significativamente negli ultimi 18 mesi.

Terza convergenza: il rapporto Draghi ha fornito una legittimazione intellettuale alle politiche protettive-selettive che prima sarebbero state bollate come “statalismo francese”. Ora anche economisti liberali riconoscono che l’Europa ha bisogno di una politica industriale attiva. Il dibattito si è spostato da “se” a “come” e “quanto”. Il lancio del Ryan Group da parte di Draghi questa settimana è il segnale che chi ha scritto quella diagnosi non è disposto ad aspettare che le istituzioni trovino il coraggio di agire.

Il timing è anche determinato dalle elezioni in Germania, che hanno prodotto un governo con una posizione più difensiva sul protezionismo rispetto ai predecessori, e dalla presidenza polacca del Consiglio UE che terminerà lasciando spazio a dinamiche diverse. Chi negozia ora ha ancora margini, tra un anno potrebbe non averli più.

Effetti Immediati sui Mercati: Incertezza come Segnale Strutturale

L’incertezza normativa europea sta già producendo effetti misurabili. La volatilità implicita sulle azioni manifatturiere dell’eurozona resta elevata rispetto alla media storica, con gli investitori che scontano il rischio di un quadro regolatorio che potrebbe cambiare radicalmente nelle prossime settimane. Le aziende con esposizione significativa agli appalti pubblici europei, costruzioni, infrastrutture, materiali da costruzione, stanno attendendo chiarimenti prima di impegnare capex.

L’euro si muove in un range relativamente stabile rispetto al dollaro, ma il differenziale di competitività tra industria europea e americana continua ad allargarsi. Questo avviene a causa del costo dell’energia industriale che rimane strutturalmente più alto in Europa nonostante il ridimensionamento delle emergenze del 2022. Questo differenziale è uno dei driver nascosti del dibattito sull’Industrial Accelerator Act. Una legge che non risolve il costo energia non risolve la competitività manifatturiera europea, indipendentemente dalle etichette e dalle quote.

Sul fronte materie prime, la proposta di quote per cemento e alluminio europei ha già prodotto movimenti speculativi limitati ma osservabili su alcune commodities industriali. Se le quote verranno implementate, il prezzo di questi materiali per i produttori europei che non rientrano nella definizione di “made in Europe” aumenterà, con effetti a cascata sulle filiere.

Un segnale da monitorare con attenzione: l’India ha un accordo commerciale recente con l’UE e ha già espresso irritazione per le proposte sulle quote di acciaio. Se queste tensioni si traducono in negoziati più complessi sull’accordo commerciale complessivo, alcune supply chain europee che si stanno ridisegnando verso il subcontinente indiano come alternativa alla Cina potrebbero essere rallentate.

Impatto per le Imprese Europee: Tre Orizzonti

Orizzonte Immediato (0-6 mesi): Il periodo più delicato è quello che precede il discorso di Von der Leyen del 16 settembre e i negoziati autunnali. Le aziende manifatturiere italiane che partecipano a gare d’appalto pubbliche in altri paesi UE devono mappare con precisione dove si trovano rispetto ai requisiti di contenuto locale che potrebbero essere introdotti. Non si tratta di aspettare la norma, si tratta di capire già oggi se il proprio profilo produttivo rispetta i criteri che con alta probabilità entreranno nel testo finale. I settori cemento, alluminio e acciaio secondario sono quelli con più visibilità immediata, ma le quote potrebbero espandersi ad altri comparti nella versione finale.

Orizzonte Medio (6-18 mesi): Lo scenario più probabile è un accordo di compromesso tra la posizione francese e quella tedesca. Le misure includerebbero quote di approvvigionamento pubblico limitate ad alcuni settori specifici, un’etichetta “made in Europe” con soglie di contenuto locale moderate, e misure di supporto per la transizione verde che non verranno chiamate decarbonizzazione ma funzioneranno in modo simile. In questo scenario, le PMI italiane del manifatturiero che hanno già produzione localizzata in Europa e che possono certificare il contenuto locale dei propri prodotti avranno accesso a un mercato degli appalti potenzialmente più ampio. Chi non si è preparato a questa certificazione inizierà a incontrare barriere di fatto negli appalti pubblici anche prima che la norma sia pienamente operativa, perché i committenti pubblici anticipano sempre le norme in arrivo.

Orizzonte Lungo (18+ mesi): Il precedente strutturale che si sta creando è quello di un’Europa che abbandona il modello del free-trader neutrale e abbraccia una politica industriale selettiva, simile nella logica, non nella scala, al modello americano dell’Inflation Reduction Act. Questa è una trasformazione profonda del quadro competitivo europeo. Le PMI che avranno posizionato la propria produzione, le proprie certificazioni e i propri network distributivi all’interno delle categorie “strategiche” europee beneficeranno di un ecosistema di domanda pubblica protetta. Le aziende che invece dipendono da componentistica o produzione extraeuropea per la quota rilevante del valore aggiunto troveranno un mercato che si restringe silenziosamente attorno a loro.

Settori Strategici: Chi È Più Esposto

Manifattura di base e materiali da costruzione. L’esposizione è diretta: cemento e alluminio sono esplicitamente citati nel testo in discussione. Le aziende italiane di questo comparto, che per alcune categorie hanno posizioni di eccellenza riconosciuta a livello europeo, potrebbero beneficiare delle quote di approvvigionamento pubblico se riescono a certificare il contenuto locale europeo. L’opportunità nascosta è nel posizionamento anticipato: chi ottiene la certificazione prima che diventi obbligatoria diventa fornitore preferenziale per i grandi appalti infrastrutturali che i governi europei stanno moltiplicando in risposta alla spesa militare e alla transizione energetica.

Macchinari e automazione industriale. Il settore è meno direttamente esposto alle quote nella versione attuale del testo, ma è profondamente coinvolto nella logica della legge. L’obiettivo di portare il manifatturiero europeo al 20% del PIL implica un massiccio programma di reindustrializzazione e modernizzazione delle fabbriche europee, esattamente il mercato in cui le PMI italiane del comparto meccatronico e dell’automazione eccellono. Il rischio è che le barriere commerciali, che inizialmente sembrano proteggere i produttori europei, rendano più costosa la componentistica importata che molte di queste aziende usano nei propri prodotti. L’opportunità è che se la reindustrializzazione decolla, la domanda di macchinari esploderà con un timing di 12-18 mesi.

Agroalimentare e food processing. L’esposizione è meno ovvia ma reale. Le quote di approvvigionamento pubblico per prodotti “made in Europe” potrebbero estendersi, nelle versioni successive della norma, alle forniture alimentari per enti pubblici, ospedali, scuole. Le aziende italiane che già lavorano su questi canali in altri paesi europei devono monitorare se la definizione di “made in Europe” include criteri di contenuto locale che potrebbero favorire produttori nazionali a scapito di quelli di altri paesi UE. Non è protezionismo dichiarato, ma potrebbe funzionare esattamente come tale.

Energia e componentistica per la transizione. La rimozione del termine “decarbonizzazione” dal titolo della legge non significa abbandono delle misure verdi, significa che sono state integrate nella logica competitiva piuttosto che trattate come obiettivi ambientali autonomi. I produttori italiani di componenti per energia rinnovabile, pompe di calore, sistemi di accumulo e efficienza energetica industriale si trovano al centro di questa convergenza. Sono al contempo target dei sussidi previsti dalla legge e potenziali beneficiari dei lead markets per prodotti a basse emissioni.

Rischi da Monitorare: Le Trappole del Processo Negoziale

Il primo rischio: il conflitto Francia-Germania sull’Industrial Accelerator Act potrebbe prolungarsi ben oltre il calendario previsto, producendo versioni sempre più diluite del testo originale. Per le imprese europee, questo significa navigare per anni in un contesto di incertezza normativa, sapendo che una legge importante è in arrivo, ma non sapendo quando e con quale contenuto. Le decisioni di investimento e di posizionamento vengono rinviate, e nel frattempo i concorrenti americani e cinesi che operano in sistemi politicamente più decisionali continuano ad accumulare vantaggio.

Il secondo rischio: ogni misura interpretata come protezionista dall’amministrazione americana può diventare pretesto per nuovi dazi sulle esportazioni europee negli USA. Il fatto che l’acciaio sia stato rimosso dalla lista è significativo: la Commissione sa che la soglia di tolleranza di Washington è bassa. Ma se le quote di approvvigionamento pubblico saranno abbastanza visibili da attirare l’attenzione dell’ufficio commerciale americano, il rischio di ritorsione resta. Le PMI italiane con esposizione sia al mercato USA che al mercato degli appalti UE si troverebbero compresse tra due fuochi.

Il terzo rischio: le quote “made in Europe” rischiano di diventare nella pratica quote “made in France” o “made in Germany” se i criteri di contenuto locale vengono definiti in modo da favorire le filiere nazionali dei paesi più grandi. L’Italia, con la sua struttura di PMI e la sua dipendenza da filiere distributive e produttive spesso internazionalizzate, potrebbe trovarsi a pagare i costi di un protezionismo europeo che avvantaggia le economie con maggiore integrazione verticale. Questo è il rischio politico più sottovalutato nel dibattito attuale.

Domande Frequenti: Cosa Devi Sapere Subito

Quando entra in vigore l’Industrial Accelerator Act? Il discorso di Von der Leyen del 16 settembre 2026 sarà il momento di lancio politico. Da lì il processo negoziale autunnale determinerà il calendario di approvazione. Uno scenario realistico è l’approvazione entro la fine del 2026, con implementazione progressiva a partire dal 2027. Le aziende non devono aspettare l’approvazione definitiva per iniziare a prepararsi, perché i committenti pubblici anticipano sempre le norme in arrivo.

La mia azienda è esposta alle quote di approvvigionamento pubblico? Dipende dal tuo settore. Cemento, alluminio e acciaio secondario sono esplicitamente inclusi. Macchinari industriali, componenti per energia rinnovabile e food processing potrebbero essere inclusi nelle versioni successive. La domanda rilevante è: qual è la percentuale dei tuoi ricavi che proviene da appalti pubblici in altri paesi europei? Se è superiore al 10%, il rischio è significativo.

Cosa significa “contenuto locale europeo” per la mia filiera? I criteri non sono ancora definiti, ma il modello likely si basa sulla percentuale di valore aggiunto generato in Europa. Per le PMI con filiere internazionalizzate, questo significa valutare se le tue componentistiche importate da fuori Europa creano problemi di certificazione. La strategia anticipata è quella di mappare la tua filiera oggi e capire quale percentuale del tuo valore aggiunto è già conforme ai criteri che probabilmente verranno definiti.

Se l’Industrial Accelerator Act passa, cosa succede ai prezzi nel mio settore? I prezzi dei materiali “made in Europe” certificati aumenteranno a causa della domanda preferenziale dai committenti pubblici. Questo è positivo se sei un produttore europeo certificato, negativo se devi acquistare materie prime in Europa. I margini per chi non riesce a certificarsi diminuiranno perché perderanno accesso agli appalti pubblici senza vantaggi compensativi nei prezzi.

Il Ryan Group di Draghi cambierà le regole della politica industriale europea? Il think tank avrà influenza, ma non potenza decisionale. La vera leva di Draghi è la sua credibilità intellettuale e il fatto che finanzia una struttura che può fare pressione continuativa sulle istituzioni. Il segnale che manda è che chi ha scritto il rapporto sulla competitività europea non si è rassegnato all’inazione. Per le PMI, questo significa che il tema della reindustrializzazione europea resterà prioritario indipendentemente dai cicli politici.

La Lente dell’Analisi Strategica: Il Mio Punto di Vista

Quello che sta succedendo attorno all’Industrial Accelerator Act è uno dei fenomeni politici più rivelatori degli ultimi anni europei, e non per le ragioni che si leggono sui giornali.

La narrativa ufficiale è: l’Europa vuole reindustrializzarsi, Francia e Germania litigano sui metodi, Draghi è frustrato per la lentezza dell’implementazione. Tutto vero, tutto irrilevante per capire la vera partita.

La vera partita è questa: per la prima volta in vent’anni, c’è un consenso trasversale, dal Parti Socialiste francese alla CDU tedesca, dai governi scandinavi ai gruppi industriali del Nord Italia, sul fatto che il modello di apertura commerciale totale ha prodotto una dipendenza strutturale che mette a rischio la sovranità economica europea. Questo consenso è nuovo. E quando si forma un consenso nuovo su una questione di politica industriale in Europa, le norme che ne derivano tendono ad essere durevoli.

Il rilancio di Draghi attraverso il Ryan Group mi dice qualcosa di preciso: le persone con la maggiore comprensione dei meccanismi istituzionali europei hanno smesso di scommettere su quei meccanismi e stanno costruendo percorsi alternativi. Draghi sa meglio di chiunque altro cosa serve per far muovere la Commissione, e ha deciso che la pressione esterna è più efficace dell’attesa interna. Questo è un segnale di fiducia zero nelle istituzioni così come sono configurate oggi.

Per gli imprenditori italiani, la lezione operativa è questa: non aspettare che la legge sia approvata per capire se vi riguarda. Il processo di negoziazione è il momento in cui le categorie produttive vengono incluse o escluse, in cui le definizioni vengono scritte in modo da favorire certi profili aziendali e penalizzare altri. Chi partecipa a questo processo, attraverso associazioni di categoria, attraverso lobbying diretto a Bruxelles, attraverso alleanze con controparti francesi o tedesche che hanno gli stessi interessi, determinerà le regole del gioco. Chi aspetta di leggerle le subirà.

L’Italia ha una struttura manifatturiera che dovrebbe posizionarla come uno dei principali beneficiari di una politica industriale europea ben costruita: PMI ad alta specializzazione, eccellenza in meccatronico e agroalimentare, tradizione di innovazione di prodotto. Ma queste sono risorse che vanno tradotte in posizionamento politico, non solo commerciale. E questo è esattamente quello che le PMI italiane fanno peggio.

Watchlist Operativa: Cosa Seguire nelle Prossime Settimane

Sul fronte istituzionale europeo: il discorso di Von der Leyen del 16 settembre a Strasburgo. Verifica se l’Industrial Accelerator Act viene presentato con impegni concreti o con formulazioni generiche. Un discorso vago significa negoziato ancora aperto. Un discorso con dati e scadenze precise significa che un accordo di massima esiste già.

Sul fronte del negoziato Francia-Germania: le posizioni dei ministri economici nei prossimi Consigli UE. Se Bruno Le Maire (o successore) e Robert Habeck (o successore) iniziano a usare linguaggi convergenti, un compromesso è vicino. Divergenze persistenti significano slittamento in avanti.

Sul fronte del Ryan Group e Draghi: il primo output pubblico del think tank, report, posizionamenti, pressioni specifiche. Servirà a capire quali parti del rapporto Draghi vengono considerate più urgenti da chi ha le risorse e la volontà per spingerle.

Sul fronte degli accordi commerciali: l’evoluzione del rapporto UE-India dopo le tensioni sull’acciaio. Se New Delhi irrigidisce la posizione, alcune filiere italiane che avevano identificato l’India come alternativa alla Cina per il sourcing di semilavorati potrebbero dover ricalibrare.

Sul fronte dei mercati: i prezzi dei metalli industriali in Europa, alluminio e acciaio soprattutto, come indicatore anticipatore di come gli operatori prezzano la probabilità di quote di approvvigionamento. Un aumento sostenuto prima dell’approvazione della legge segnala che i mercati credono che il protezionismo verrà implementato.

Settembre 16: Il Discorso che Determina le Regole

Dalla sala riunioni del quartiere europeo dove i funzionari francesi e tedeschi negoziano ancora, il risultato che emergerà nelle prossime settimane non sarà solo una legge. Sarà la risposta alla domanda che l’Europa ha evitato per due decenni: ha ancora la volontà politica e la coesione necessaria per costruire una politica industriale comune, o è destinata a restare un mercato aperto che altri mercati usano a proprio vantaggio?

Il timing del 16 settembre non è casuale, è l’ultima finestra utile prima che il calendario politico autunnale chiuda i margini di manovra. Von der Leyen sa che senza un mandato politico forte, l’Industrial Accelerator Act diventa l’ennesimo documento brillante che si affianca al Rapporto Draghi sullo scaffale delle buone intenzioni europee.

L’Industrial Accelerator Act non è una legge sulla competitività, è una scommessa sull’identità industriale europea. La domanda rilevante per ogni imprenditore italiano non è se passa, ma se la tua azienda è già posizionata per beneficiarne quando lo fa.