Islamabad, 26 maggio 2026. In un post pubblicato su Truth Social nel fine settimana, Donald Trump ha chiesto a tutte le nazioni a maggioranza musulmana di aderire agli Abraham Accords una volta conclusa la guerra con l’Iran. Ha telefonato ai leader di Arabia Saudita, UAE, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania e Bahrain. Il Pakistan ha risposto con il silenzio istituzionale, rotto solo dalla voce del ministro della Difesa Khawaja Asif, che ha definito la mancata riconoscimento di Israele una posizione personale, ma che rispecchia una linea di stato che Islamabad porta avanti da decenni.
Il Medio Oriente si sta rimodellando in tempo reale, e il Pakistan è il punto di pressione più instabile dell’intera architettura regionale che Trump sta costruendo.
Per un imprenditore europeo, questa non è una notizia di politica estera. È un segnale sulle dinamiche di potere che reggono i corridoi commerciali dall’Europa del Sud verso il subcontinente indiano, il Golfo Persico e l’Asia centrale. Chi presidia questi mercati, o chi sta valutando di entrarci, deve capire quale partita si stia giocando sotto la superficie delle dichiarazioni diplomatiche.
La pressione su Islamabad arriva in un momento in cui il Pakistan è già sotto stress economico e geopolitico simultaneo, con debito estero elevato, tensioni con l’India mai sopite e una dipendenza strutturale dai finanziamenti del FMI. Trump lo sa. La sua richiesta di adesione agli Abraham Accords non è una proposta diplomatica, è una verifica di lealtà a mercato aperto.
Abraham Accords: la mappa regionale e il peso di Islamabad
Gli Abraham Accords, firmati nel 2020 tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan e Marocco, hanno già ridisegnato l’architettura commerciale del Medio Oriente. Il commercio bilaterale tra Israele e UAE ha superato i 3 miliardi di dollari nei tre anni successivi alla firma, con crescita nei settori tecnologico, agroalimentare e dei servizi finanziari. L’Arabia Saudita, che non ha ancora firmato, intrattiene comunque interscambi informali con Israele stimati da analisti sauditi in oltre 1 miliardo di dollari annui nell’ultimo biennio.
Il Pakistan, invece, non riconosce Israele come Stato sovrano. La posizione è scritta nella politica estera del paese dal 1947. L’ultima dichiarazione formale in questo senso risale al gennaio 2026, quando il Ministero degli Affari Esteri di Islamabad ha esplicitamente separato la partecipazione al tavolo negoziale Iran-USA da qualsiasi normalizzazione con Israele.
In termini economici, il Pakistan ha un interscambio commerciale con il Golfo che supera i 20 miliardi di dollari annui. È uno dei principali esportatori di manodopera verso UAE, Arabia Saudita e Qatar, con rimesse stimate a circa 27 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024-2025 secondo la State Bank of Pakistan. L’UAE è il primo partner commerciale non energetico del paese. La pressione americana di entrare negli Accords tocca quindi direttamente la stabilità macroeconomica pakistana, perché mette a rischio la geometria dei rapporti con quei paesi del Golfo che ancora non hanno firmato e che, come l’Arabia Saudita, condizionano la normalizzazione con Israele alla soluzione della questione palestinese.
Parallelamente, i prezzi del petrolio sono scesi nelle ultime ore dopo le prime indiscrezioni su un possibile accordo USA-Iran che riaprirà lo Stretto di Hormuz alla piena circolazione. Questo dato non è neutro: un Iran reintegrato nel sistema commerciale globale cambia la geometria energetica della regione e riduce la dipendenza pakistana dai creditori del Golfo. Al tempo stesso riduce la leva negoziale di Islamabad verso Washington.
Perché Trump agisce adesso: il timing della diplomazia
La mossa di Trump nel fine settimana non è casuale nel timing. Arriva mentre i negoziati con Teheran sembrano più avanzati del previsto, con segnali dai mercati che anticipano una risoluzione parziale del conflitto nelle prossime settimane. Il presidente americano sta cercando di capitalizzare politicamente una de-escalation con l’Iran trasformandola in un’espansione degli Abraham Accords, che rappresenterebbero il suo principale lascito geopolitico nella regione.
La lista dei paesi chiamati al telefono nel fine settimana è una mappa precisa delle nazioni che potrebbero essere il prossimo allargamento degli Accords. UAE e Bahrain sono già dentro. Arabia Saudita e Qatar sono i candidati più importanti. Pakistan e Turchia sono i casi più complicati, con un valore simbolico enorme: entrambi sono paesi a maggioranza sunnita con peso regionale, e la loro adesione trasformerebbe gli Accords da accordo bilaterale tra paesi del Golfo e Israele a un framework pan-islamico, almeno apparente.
La storia recente conta. Nel maggio 2025 la crisi tra India e Pakistan aveva già alterato i flussi commerciali nell’Asia meridionale. Islamabad si trova ora in una posizione in cui deve gestire contemporaneamente la pressione americana sugli Accords, le tensioni con Delhi e la propria fragilità finanziaria. Trump ha detto che uno o due paesi avranno una ragione per non firmare, e sarà accettabile. Ma questa frase è costruita per fare pressione, non per offrire un’uscita. Chi non firma sapendo che potrebbe farlo diventa la minoranza recalcitrante, non l’eccezione tollerata.
Effetti immediati sui mercati: cosa monitore questa settimana
Il petrolio ha aperto in calo questa mattina, con il Brent che tratta sotto le soglie delle ultime settimane di tensione su Hormuz, in risposta alle indiscrezioni sull’accordo USA-Iran. Questo è un segnale strutturale, non solo spot. Se l’accordo regge, il premio di rischio geopolitico incorporato nel prezzo del greggio si riduce, e con esso il costo energetico per le industrie europee ad alta intensità energetica.
Il movimento sulle valute è più sottile. La rupia pakistana tratta in zona di debolezza strutturale da mesi, e qualsiasi aumento di instabilità politica interna legata alla questione degli Accords potrebbe amplificare le pressioni sul cambio. Per chi esporta verso il Pakistan o utilizza supply chain con componenti di lavorazione pakistana, è un dato da tenere sotto osservazione.
I mercati del credito regionale segnalano ancora incertezza. I credit default swap sulla regione Medio Oriente e Asia meridionale restano elevati rispetto ai livelli pre-conflitto Iran. La volatilità implicita sulle opzioni legate agli asset del Golfo è scesa negli ultimi giorni ma non si è normalizzata, a indicare che gli operatori professionali non credono ancora a una risoluzione definitiva e rapida.
Il flight-to-safety verso il dollaro si è leggermente allentato questa mattina, con i futures sull’azionario americano in rialzo nelle prime ore della sessione asiatica. Ma questo movimento di breve è da leggere con cautela. Il mercato sta prezzando la speranza di un accordo, non la sua firma.
Impatto per le imprese europee: tre orizzonti
Orizzonte Immediato (0-6 mesi): Chi ha contratti in corso con controparti pakistane deve verificare immediatamente due cose: l’esposizione valutaria sulla rupia e la solidità delle garanzie bancarie sottostanti. Se Islamabad entra in una fase di turbolenza politica interna legata al dibattito sugli Accords, i tempi di pagamento si allungheranno, e l’accesso al credito per le controparti locali si restringerà. Sul fronte del Golfo, la de-escalation con l’Iran crea una finestra di opportunità per chi vuole consolidare posizioni commerciali negli Emirati, Bahrain e Qatar prima che i nuovi accordi politici ridisegnino le gerarchie tra player regionali.
Orizzonte Medio (6-18 mesi): Se il Pakistan cedesse alla pressione americana e avviasse qualche forma di normalizzazione tacita con Israele, si aprirebbe una redistribuzione delle relazioni commerciali nell’intera area. I canali distributivi verso il subcontinente che passano per il Golfo verrebbero ulteriormente rafforzati, con opportunità specifiche per chi ha già una presenza strutturata negli Emirati. Se invece Islamabad resiste e diventa il paese che ha una ragione per non firmare, la polarizzazione interna crescerà, con effetti destabilizzanti sul clima per gli investimenti esteri. Lo scenario più probabile è una resistenza pubblica accompagnata da aperture informali, il classico approccio pakistano di ambiguità controllata.
Orizzonte Lungo (18+ mesi): La vera partita è se gli Abraham Accords diventeranno il framework commerciale di riferimento per tutto il Medio Oriente e l’Asia meridionale. Se accade, le imprese europee che non hanno ancora costruito una presenza strutturata negli Emirati si troverebbero a operare su un mercato dove i concorrenti israeliani, americani e degli altri paesi firmatari godrebbero di preferenze formali e informali. Non è fantascienza: è già quello che sta accadendo nei settori tech e agroalimentare dopo gli Accords del 2020. L’allargamento di questo framework a paesi come Pakistan e Arabia Saudita sarebbe un precedente strutturale che ridisegna la competizione globale su quelle rotte commerciali.
Settori strategici: chi è più esposto
Tessile e moda: Il Pakistan è uno dei principali fornitori mondiali di tessile di base, con una quota significativa nella supply chain di marchi europei di fascia media. L’instabilità politica legata al dibattito sugli Accords, sommata alla debolezza strutturale della rupia, crea un rischio di disruption nei contratti di fornitura. L’opportunità nascosta è per chi sta già cercando alternative di nearshoring o reshoring nell’Europa dell’Est, dove i costi sono saliti ma la stabilità geopolitica è comparativamente più alta.
Agroalimentare e food processing: Il Golfo Persico, con UAE e Arabia Saudita in testa, è uno dei mercati più dinamici al mondo per l’importazione di prodotti alimentari trasformati. Un allargamento degli Abraham Accords che includa Arabia Saudita consoliderebbe ulteriormente il ruolo degli Emirati come hub di distribuzione per tutta la regione. Per le PMI italiane del food, la finestra per costruire una presenza stabile a Dubai si sta restringendo man mano che la competizione si intensifica. I player israeliani nel food tech sono già ben posizionati nel mercato UAE, e una normalizzazione saudita li porterebbe anche su quel mercato.
Infrastrutture e ingegneria: I grandi progetti infrastrutturali pakistani, molti dei quali legati al corridoio economico sino-pakistano (CPEC), sono già sotto stress finanziario. Un Pakistan politicamente instabile o impegnato in una complessa rinegoziazione della propria identità regionale rallenterà ulteriormente le decisioni di spesa pubblica. Al contrario, i paesi del Golfo che potrebbero normalizzare i rapporti con Israele stanno già pianificando corridoi commerciali terrestri tra il Mediterraneo e il Mar Arabico, con opportunità enormi per l’ingegneria civile e i sistemi di trasporto europei.
Logistica e spedizioni: L’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz in condizioni di maggiore stabilità abbassa i costi assicurativi sulle rotte del Golfo Persico, che nelle ultime settimane hanno incorporato un premio di guerra significativo. Per chi opera su quelle rotte, una normalizzazione anche parziale vale diversi punti percentuali di margine operativo. Chi non ha ancora ottimizzato i contratti assicurativi sulle rotte mediorientali sta pagando un costo spostato su altri che non è necessario sostenere.
Rischi da monitorare: le variabili critiche
Il primo rischio è l’instabilità interna pakistana: Il dibattito sugli Abraham Accords in Pakistan non è solo un tema di politica estera, è una questione identitaria con radici profonde nella società civile e nei movimenti religiosi. Se il governo di Shahbaz Sharif cedesse anche solo tatticamente alla pressione americana, la risposta nelle piazze potrebbe essere rapida. Il Pakistan ha già vissuto cicli di instabilità politica legata a posizionamenti filo-americani percepiti come tradimento dell’interesse nazionale. Un governo debole in un paese con nucleare e con le Forze Armate come vero centro del potere è una variabile ad alto impatto per tutte le operazioni commerciali nell’area.
Il secondo rischio è il collasso dell’accordo USA-Iran prima della firma: I mercati stanno già prezzando un accordo che non è ancora firmato. Se le trattative si interrompessero nelle prossime settimane, il rimbalzo dei prezzi del petrolio e dei premi assicurativi sulle rotte del Golfo sarebbe rapido e violento. Chi ha già allentato le coperture assicurative in anticipo si troverebbe esposto senza protezione. Il trigger da monitorare è il comportamento dell’Iran nelle prossime 48-72 ore su Hormuz.
Il terzo rischio è la frammentazione del blocco arabo: L’Arabia Saudita ha condizionato la propria normalizzazione con Israele alla soluzione della questione palestinese. Se Trump spinge per adesioni simboliche agli Accords senza garanzie concrete sulla Palestina, il rischio è una frattura nel blocco delle monarchie del Golfo, con Qatar e Arabia Saudita su posizioni diverse da Bahrain e UAE. Questa frammentazione avrebbe effetti diretti sui corridoi commerciali regionali e sulla stabilità delle piattaforme di hub logistico negli Emirati.
Domande frequenti: Abraham Accords e Pakistan
Cosa sono gli Abraham Accords e perché il Pakistan è importante? Gli Abraham Accords sono accordi di normalizzazione diplomatica tra Israele e paesi arabi, firmati nel 2020. Il Pakistan è importante perché è un paese a maggioranza musulmana con forte influenza regionale. La sua adesione trasformerebbe gli Accords da accordo bilaterale a framework pan-islamico, con implicazioni commerciali per tutta l’Asia meridionale e il Golfo.
Come la pressione su Islamabad influenza i mercati europei? La pressione americana sul Pakistan influenza i mercati europei attraverso tre canali: i prezzi dell’energia (legati alla stabilità di Hormuz), la stabilità valutaria pakistana (che impatta su supply chain tessili e agroalimentari), e le gerarchie commerciali nel Golfo (dove si concentrano le opportunità di export europeo).
Qual è il scenario più probabile nei prossimi 6 mesi? Lo scenario più probabile è una resistenza pubblica pakistana accompagnata da aperture informali e tacite con Israele. Questa ambiguità controllata è il classico approccio pakistano quando deve bilanciare pressioni americane e interne. Islamabad eviterà una rottura aperta con Washington mantenendo una posizione formale di non-riconoscimento.
Quali settori europei sono più esposti? Tessile, agroalimentare, logistica e infrastrutture sono i settori più esposti. Le PMI italiane nel food e nel tessile devono monitorare immediatamente l’evoluzione della situazione, mentre le aziende di logistica possono cogliere opportunità da una normalizzazione con l’Iran.
Cosa dovrebbe fare adesso un’impresa europea? Verificare immediatamente l’esposizione a Pakistan e Golfo, ottimizzare i contratti assicurativi sulle rotte mediorientali, e consolidare relazioni negli Emirati prima che il nuovo framework degli Accords si cristallizzi e aumenti la competizione.
La lente dell’analisi strategica: punto di vista
Quello che sta accadendo intorno agli Abraham Accords non è un processo di pace, è una riconfigurazione delle gerarchie commerciali travestita da diplomazia. Trump sta usando la pressione militare sull’Iran e la conseguente apertura di Hormuz come leva per ottenere adesioni agli Accords, che a loro volta creano un sistema di preferenze commerciali implicite tra i paesi firmatari. Chi firma ottiene accesso facilitato al mercato americano, ai capitali del Golfo e alle tecnologie israeliane. Chi non firma resta fuori da un’architettura che si sta consolidando.
L’Europa è assente da questa partita. Nessun governo europeo è stato citato nella telefonata di Trump del fine settimana. Nessuna istituzione dell’UE è coinvolta nella mediazione tra USA e Iran. Philip Lane della BCE ha tenuto un discorso la scorsa settimana su Europa e l’economia mondiale, e Lagarde ha scritto del coraggio di costruire un’Europa che dura. Ma sul terreno, dove si decidono le rotte commerciali del prossimo decennio, l’Europa è uno spettatore.
Il paradosso che vedo ogni giorno nel lavoro con le PMI è esattamente questo: le aziende italiane migliori hanno prodotti, reputazione e relazioni per competere su questi mercati. Ma lo fanno da sole, senza un sistema-paese che le supporti nel navigare le geometrie politiche che determinano chi entra e chi resta fuori. Un imprenditore italiano che vuole costruire una presenza strutturata negli Emirati deve capire da solo la differenza tra ciò che UAE dichiara di volere e ciò che sta davvero negoziando con Washington. Quello è il gap che RaisingStar cerca di colmare.
La lezione operativa per questa settimana è semplice: il momento di costruire relazioni strutturate negli Emirati è adesso, mentre il quadro degli Accords si sta allargando ma non è ancora chiuso. Tra 18 mesi, quando il nuovo framework sarà definito, entrare costerà il doppio in termini di tempo e di competizione.
Watchlist operativa: cosa seguire nelle prossime settimane
Sul fronte Pakistan-USA: dichiarazioni del governo Sharif nei prossimi giorni, in particolare qualsiasi segnale di ammorbidimento della posizione sugli Accords. Reazione dei partiti religiosi e dell’esercito pakistano alle indiscrezioni sui negoziati.
Sul fronte Iran-USA: tempistiche della firma di un eventuale accordo, condizioni sul ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz, comportamento dei prezzi del petrolio come termometro delle aspettative di mercato nelle prossime 72 ore.
Sul fronte dei mercati: premi assicurativi sulle rotte del Golfo Persico (indicatore di rischio operativo diretto), cambio rupia pakistana verso euro e dollaro, volatilità implicita sugli asset del Golfo.
Sul fronte degli Abraham Accords: posizione dell’Arabia Saudita dopo la telefonata Trump del fine settimana. Eventuali annunci di incontri bilaterali tra delegazioni saudite e israeliane. Dichiarazioni di Turchia e Qatar sugli Accords nei prossimi giorni.
Sul fronte europeo: posizione della Commissione Europea sulla mediazione Iran-USA. Eventuali dichiarazioni di Lagarde o Lane sulla stabilità finanziaria regionale dopo la de-escalation.
Conclusione: il silenzio che parla
Islamabad non ha risposto. Il silenzio ufficiale del Pakistan alla richiesta di Trump, rotto solo dall’opinione personale del ministro della Difesa, è esso stesso una comunicazione precisa. Islamabad vuole mantenere aperte le opzioni senza bruciare i ponti, né con Washington né con la propria opinione pubblica interna. È una posizione che può reggere per qualche settimana, non per mesi.
Nel frattempo, la riconfigurazione degli Abraham Accords procede indipendentemente da ciò che decide il Pakistan. Il Golfo Persico si sta trasformando in un sistema di relazioni commerciali preferenziali che ha poca pazienza per le ambiguità di chi vuole stare dentro e fuori simultaneamente. Le imprese europee che hanno capito questo sono già al tavolo. Le altre stanno ancora aspettando di capire come va a finire.
Aspettare che la geopolitica si stabilizzi per entrare nei mercati del Golfo non è prudenza, è il modo più efficiente per arrivare tardi a ogni opportunità che conta.