{"id":1171,"date":"2026-09-07T07:03:46","date_gmt":"2026-09-07T06:03:46","guid":{"rendered":"https:\/\/www.raisingstar.it\/blog\/post\/stretto-di-hormuz-impatto-sui-costi-aziendali-2026"},"modified":"2026-09-07T07:30:04","modified_gmt":"2026-09-07T06:30:04","slug":"stretto-di-hormuz-impatto-sui-costi-aziendali-2026","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.raisingstar.it\/blog\/post\/stretto-di-hormuz-impatto-sui-costi-aziendali-2026","title":{"rendered":"Stretto di Hormuz: impatto sui costi aziendali 2026"},"content":{"rendered":"<h2>Il Fatto in Numeri: Hormuz a Settembre 2026, tra flussi parziali e attacchi continuati<\/h2>\n<p>I dati che circolano in queste ore raccontano una situazione che il termine &#8220;stabilizzata&#8221; non riesce a descrivere onestamente. I transiti petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz si attestano oggi intorno ai 9 milioni di barili al giorno, contro i circa 17-18 milioni che caratterizzavano il flusso regolare pre-conflitto. Siamo, secondo le stime degli esperti interpellati nei briefing americani, intorno ai due terzi dei volumi normali, considerando anche le pipeline alternative che aggirano il Golfo.<\/p>\n<p>Agosto 2026 \u00e8 stato il mese pi\u00f9 mortale per le navi mercantili nello Stretto da marzo, quando il conflitto si apr\u00ec con la sua prima fase acuta. Il New York Times documenta almeno 23 attacchi iraniani a navi mercantili negli ultimi due mesi. L&#8217;ultimo episodio, nel fine settimana tra il 5 e il 6 settembre, ha visto l&#8217;Iran lanciare missili balistici contro due cacciatorpediniere americani operanti nel Golfo di Oman e nello Stretto di Hormuz. La risposta americana: tre petroliere iraniane affondate, descritte come vuote al momento dell&#8217;attacco. Il ciclo azione-reazione non accenna a interrompersi, e nessuna delle due parti mostra segnali concreti di voler tornare al memorandum d&#8217;intesa che avrebbe dovuto mettere fine alle ostilit\u00e0.<\/p>\n<p>Oman e Qatar continuano a operare come mediatori informali, ma senza risultati tangibili. La partita vera, quella che nessuno delle due capitali nomina apertamente, riguarda il controllo del Corridoio di Hormuz stesso: Teheran chiede garanzie di sovranit\u00e0 o co-gestione sullo Stretto, Washington rifiuta categoricamente qualsiasi concessione di questo tipo. Su questo punto, nessuna formula diplomatica funziona ancora.<\/p>\n<hr>\n<h2>Perch\u00e9 Ora: Il Ritorno alle Schermaglie Dopo Settimane di Pausa<\/h2>\n<p>Il conflitto aperto tra USA e Iran \u00e8 formalmente iniziato tra fine febbraio e inizio marzo 2026. Nelle settimane successive, i due fronti avevano trovato una sorta di equilibrio degradato, fatto di minacce, posizionamenti navali e schermaglie minori, senza gli attacchi diretti che avevano caratterizzato la fase iniziale. Quel periodo, breve e fragile, aveva permesso ai mercati di riassorbire parte dello shock iniziale e alle compagnie assicurative di ricalibrare i premi.<\/p>\n<p>L&#8217;escalation di questo fine settimana rompe quella pausa. Non si tratta di una novit\u00e0 assoluta, ma del ritorno a una modalit\u00e0 di conflitto diretto che molti operatori avevano sperato fosse archiviata. Il timing non \u00e8 casuale: con l&#8217;autunno che si avvicina e la domanda energetica europea in rialzo stagionale, la pressione sui flussi del Golfo diventa strutturalmente pi\u00f9 pesante. \u00c8 in questo momento che l&#8217;Iran sceglie di riaprire il fronte attivo, e la risposta americana con le tre petroliere affondate segnala che Washington non intende modificare la propria postura.<\/p>\n<p>Sul fronte politico interno americano, la questione \u00e8 ancora pi\u00f9 delicata. Il vicepresidente JD Vance ha rifiutato pubblicamente di indicare una durata del conflitto e, insieme ad altri esponenti dell&#8217;amministrazione, continua a non volerlo definire guerra. Questa ambiguit\u00e0 lessicale ha una conseguenza operativa diretta: senza la dichiarazione formale di stato di guerra, il Congresso non viene attivato nella sua funzione di controllo, e l&#8217;amministrazione mantiene la massima flessibilit\u00e0 tattica, ma anche la massima incertezza strategica per chi deve pianificare a lungo termine.<\/p>\n<hr>\n<h2>Effetti Immediati sui Mercati: Il Prezzo dell&#8217;Incertezza Strutturale<\/h2>\n<p>Il petrolio rimane il parametro pi\u00f9 letto, ma non il pi\u00f9 informativo. I movimenti spot del Brent riflettono la tensione del fine settimana, con la pressione al rialzo alimentata dall&#8217;incertezza sui flussi e dal ritorno degli attacchi diretti. Il segnale pi\u00f9 rilevante non \u00e8 tuttavia il prezzo oggi, ma la struttura della curva forward: le scadenze pi\u00f9 lunghe continuano a prezzare uno scenario di incertezza prolungata, non una risoluzione imminente.<\/p>\n<p>La volatilit\u00e0 implicita sui contratti petroliferi rimane elevata ben oltre i livelli pre-conflitto, segnale che i desk di trading non credono alla narrativa di &#8220;controllo&#8221; diffusa da Washington. I premi assicurativi per il transito nel Golfo di Oman e nello Stretto, gi\u00e0 saliti in modo significativo con l&#8217;apertura del conflitto, hanno registrato un ulteriore aggiustamento dopo gli attacchi del fine settimana. Alcune compagnie continuano ad applicare clausole di guerra che rendono le coperture pi\u00f9 costose o condizionate alla scorta militare.<\/p>\n<p>Sul fronte valutario, l&#8217;euro mostra la debolezza tipica dei momenti di risk-off energetico, con il dollaro che beneficia del doppio ruolo di valuta rifugio e valuta di denominazione del petrolio. Per un&#8217;azienda italiana che importa materie prime o componenti pagati in dollari, questo binomio, petrolio pi\u00f9 caro e cambio sfavorevole, comprime i margini da due lati contemporaneamente.<\/p>\n<p>L&#8217;oro, specchio fedele dell&#8217;avversione al rischio, mantiene posizioni elevate. La BCE, che ha tenuto la sua ultima riunione il 22-23 luglio e che si prepara alle prossime decisioni di settembre, monitora la situazione energetica come variabile inflattiva esogena difficile da governare con gli strumenti convenzionali. Waller, dal fronte Fed, ha parlato il 3 settembre senza segnalare inversioni di rotta rispetto alla cautela manifestata a Jackson Hole: i banchieri centrali occidentali si trovano stretti tra inflazione energetica importata e rallentamento della crescita.<\/p>\n<hr>\n<h2>Impatto per le Imprese Europee: Tre Orizzonti su Hormuz<\/h2>\n<p><strong>Orizzonte Immediato (0-6 mesi):<\/strong> chi ha contratti di acquisto energetico con clausole di prezzo variabile o indicizzate al Brent deve verificare ora l&#8217;esposizione ai picchi. I premi assicurativi per le merci in transito nel Golfo vanno rinegoziati o coperti: le polizze siglate prima di marzo 2026 spesso non contemplano il regime attuale di rischio. Chi esporta verso paesi del Golfo, Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, deve calcolare i tempi di consegna aggiungendo buffer significativi rispetto ai lead time pre-conflitto, perch\u00e9 i rerouting delle navi mercantili allungano le rotte in modo non trascurabile.<\/p>\n<p><strong>Orizzonte Medio (6-18 mesi):<\/strong> lo scenario pi\u00f9 probabile non \u00e8 la pace e nemmeno l&#8217;escalation totale, ma la prosecuzione dell&#8217;attuale equilibrio degradato, con flussi a due terzi, scorte militari americane permanenti e costi operativi sistematicamente pi\u00f9 alti. In questo scenario, le aziende che sopravvivono sono quelle che hanno ridisegnato i propri contratti di fornitura con clausole di forza maggiore aggiornate, che hanno diversificato le fonti di approvvigionamento energetico e che hanno trovato fornitori alternativi fuori dall&#8217;area del Golfo. Chi si prepara adesso pu\u00f2 farlo a costi ancora gestibili. Chi aspetta lo far\u00e0 in emergenza.<\/p>\n<p><strong>Orizzonte Lungo (18+ mesi):<\/strong> il precedente strutturale che si sta costruendo \u00e8 potenzialmente pi\u00f9 rilevante delle singole settimane di conflitto. Se la US Navy si stabilizza come garante permanente del transito di Hormuz, il mondo si muove verso un sistema in cui l&#8217;accesso alla via energetica pi\u00f9 importante del pianeta dipende da una decisione politica di Washington. Questo non \u00e8 neutro per l&#8217;Europa, che dipende da quella rotta in misura significativa e che non ha n\u00e9 flotta militare n\u00e9 presenza geopolitica autonoma nell&#8217;area. Il ridisegno permanente delle supply chain energetiche europee verso fonti non esposte a questo tipo di rischio, GNL americano, norvegese, nordafricano via pipeline, non \u00e8 pi\u00f9 un&#8217;opzione strategica di lungo periodo. Sta diventando una necessit\u00e0 operativa.<\/p>\n<hr>\n<h2>Settori Strategici: Chi \u00c8 Pi\u00f9 Esposto<\/h2>\n<p><strong>Industria chimica e petrolchimica.<\/strong> L&#8217;esposizione diretta ai prezzi delle materie prime derivate dal petrolio \u00e8 ovvia, ma c&#8217;\u00e8 una dimensione meno visibile: molti produttori italiani e tedeschi di specialty chemicals hanno fornitori di intermedi localizzati in Asia centrale che dipendono dalle rotte del Golfo per l&#8217;export. Il rerouting forzato attraverso il Capo di Buona Speranza aggiunge settimane e costi. L&#8217;opportunit\u00e0 nascosta \u00e8 per chi riesce a sostituire fornitori asiatici con europei o nordafricani, riducendo l&#8217;esposizione geografica e costruendo argomentazioni di resilienza della supply chain che diventano asset commerciale nei tender con i grandi buyer.<\/p>\n<p><strong>Macchinari e attrezzature industriali.<\/strong> Il Golfo resta uno dei mercati pi\u00f9 attivi per l&#8217;export italiano di beni strumentali, con progetti infrastrutturali in Arabia Saudita e negli Emirati che non si fermano nonostante il conflitto. Il problema non \u00e8 la domanda, ma la logistica: i tempi di consegna si allungano, i costi di spedizione salgono, e alcune polizze assicurative per merci di alto valore in transito nel Golfo richiedono ora procedure aggiuntive. Chi ha agenti locali consolidati negli Emirati o in Arabia Saudita ha un vantaggio significativo rispetto a chi cerca di operare a distanza: la presenza fisica permette di gestire le consegne finali via rotta terrestre o via Abu Dhabi, aggirando i problemi dello Stretto.<\/p>\n<p><strong>Agroalimentare e food processing.<\/strong> Meno ovvio, ma rilevante. I paesi del Golfo importano una quota elevata del loro fabbisogno alimentare, e i container refrigerati che trasportano prodotti italiani verso Dubai, Riyadh o Kuwait City transitano attraverso le stesse rotte sotto pressione. I ritardi si traducono in problemi di deperibilit\u00e0 per le categorie pi\u00f9 sensibili e in costi aggiuntivi che erodono margini gi\u00e0 sottili. L&#8217;opportunit\u00e0, per chi ha la struttura per coglierla, \u00e8 posizionarsi come fornitore premium con hub logistico negli Emirati, usando Dubai come piattaforma di distribuzione regionale che riduce la dipendenza dai singoli transiti.<\/p>\n<hr>\n<h2>Rischi da Monitorare: Tre Scenari non Prezzati<\/h2>\n<p><strong>Il primo rischio, il contagio regionale:<\/strong> il conflitto finora \u00e8 rimasto bilaterale, USA-Iran, con attacchi concentrati sullo Stretto. Ma il Golfo \u00e8 una regione con tensioni multiple. Arabia Saudita, Emirati, Iraq e Yemen sono tutti attori con interessi propri e vulnerabilit\u00e0 specifiche. Un singolo episodio mal gestito, un attacco a infrastrutture saudite, un&#8217;escalation yemenita, potrebbe trascinare altri paesi nel conflitto in modo rapido e difficilmente prevedibile. Per le aziende europee con operazioni nel Golfo, questo scenario non \u00e8 nelle analisi correnti, ed \u00e8 precisamente per questo che va monitorato.<\/p>\n<p><strong>Il secondo rischio, il cortocircuito assicurativo:<\/strong> i mercati assicurativi di Londra e Zurigo hanno finora assorbito il rischio del Golfo con premi pi\u00f9 alti ma coperture ancora disponibili. Se un altro mese come agosto si ripetesse, con attacchi a navi mercantili in ulteriore aumento, alcune categorie di cargo potrebbero diventare assicurabili solo a condizioni proibitive o smettere di essere coperte. La clausola &#8220;war risk&#8221; nelle polizze marittime \u00e8 un meccanismo che pu\u00f2 escludere automaticamente coperture che sembrano garantite. Chi non ha verificato i propri contratti assicurativi alla luce della classificazione attuale del rischio del Golfo ha un&#8217;esposizione non quantificata nel proprio bilancio.<\/p>\n<p><strong>Il terzo rischio, la normalizzazione politica americana:<\/strong> l&#8217;amministrazione Trump continua a non voler definire questo conflitto come guerra, il che mantiene aperta la possibilit\u00e0 di un&#8217;uscita rapida senza accordo formale, ma anche di una prosecuzione indefinita senza accountability parlamentare. Se la politica interna americana dovesse cambiare, con pressioni crescenti da parte del Congresso o con un deterioramento dell&#8217;economia americana legato ai costi del conflitto, uno scenario di disimpegno americano dallo Stretto senza sostituzione di garanzie \u00e8 realistico. In quel caso, i flussi petroliferi collasserebbero rapidamente, e il mercato non sta prezzando questo tail risk in modo adeguato.<\/p>\n<hr>\n<h2>La Lente dell&#8217;Analisi Strategica: Il Mio Punto di Vista<\/h2>\n<p>Quello che vedo in questa fase del conflitto \u00e8 un disallineamento pericoloso tra narrativa e realt\u00e0 operativa. Washington comunica &#8220;controllo&#8221; dello Stretto, i mercati reagiscono con volatilit\u00e0 moderata, e molte aziende europee continuano a operare con i modelli di costo e i lead time del 2024. Ma i numeri raccontano qualcosa di molto diverso: siamo a due terzi dei flussi normali, agosto \u00e8 stato il mese pi\u00f9 violento per le navi mercantili da quando \u00e8 cominciato tutto, e la condizione di &#8220;terra di nessuno&#8221; nello Stretto potrebbe durare anni, non mesi.<\/p>\n<p>La vera partita, quella che non viene nominata nei briefing ufficiali, \u00e8 sul modello di governance del Golfo nel lungo periodo. Gli Stati Uniti stanno costruendo un precedente: la US Navy come garante privato, di fatto, del transito energetico globale, con il diritto implicito di imporre condizioni di accesso. Questo non \u00e8 un servizio gratuito. Se si consolida, avr\u00e0 un prezzo politico che l&#8217;Europa pagher\u00e0 in forme che ancora non riusciamo a vedere chiaramente, dalla dipendenza energetica alla perdita di autonomia negoziale in scenari futuri.<\/p>\n<p>L&#8217;assenza europea in questa partita \u00e8 il dato pi\u00f9 sconfortante. Non ho una soluzione geopolitica per questo, e non sarebbe mia competenza averla. Ma ho una lezione operativa chiara per gli imprenditori che leggo ogni settimana: chi sta usando questo periodo per ridisegnare la propria esposizione alle rotte del Golfo, per rinegoziare i contratti di fornitura, per costruire alternative logistiche, sta trasformando un costo strutturale in vantaggio competitivo. Non perch\u00e9 sia pi\u00f9 bravo, ma perch\u00e9 si sta muovendo prima.<\/p>\n<p>Il mio consiglio \u00e8 di smettere di aspettare che la situazione &#8220;si normalizzi&#8221;. Quello che stiamo vedendo \u00e8 gi\u00e0 la normalit\u00e0 nuova.<\/p>\n<hr>\n<h2>Domande Frequenti: Hormuz e Supply Chain Aziendale<\/h2>\n<p><strong>Come incide il conflitto dello Stretto di Hormuz sui costi di trasporto delle merci?<\/strong><br \/>I costi di spedizione via mare attraverso lo Stretto sono aumentati significativamente. I premi assicurativi war risk si sono moltiplicati, i tempi di transito si allungano per i rerouting, e alcune rotte richiedono scorte militari aggiuntive. Per un carico standard, l&#8217;incremento pu\u00f2 variare dal 15% al 30% a seconda della categoria merceologica e dell&#8217;entit\u00e0 della copertura assicurativa.<\/p>\n<p><strong>Quali settori italiani sono pi\u00f9 esposti al rischio di Hormuz?<\/strong><br \/>L&#8217;industria chimica, i macchinari industriali e l&#8217;agroalimentare sono i tre settori con maggiore esposizione. Gli esportatori verso il Golfo (Arabia Saudita, Emirati, Kuwait) affrontano ritardi di consegna e costi logistici incrementali. I fornitori di componenti dipendenti da materie prime transitate attraverso lo Stretto subiscono pressioni sui margini sia sul lato dell&#8217;approvvigionamento che su quello della distribuzione.<\/p>\n<p><strong>Cosa devono fare le aziende europee adesso per proteggersi?<\/strong><br \/>Verificare i contratti di fornitura energetica e le polizze assicurative alla luce del regime di rischio attuale. Diversificare le fonti di approvvigionamento oltre il Golfo. Rinegoziare i lead time con i clienti aggiungendo buffer realistici. Valutare presenze logistiche locali negli Emirati o in Arabia Saudita per gestire le consegne finali via terre piuttosto che via mare. Queste mosse oggi hanno costi gestibili; procrastinare significa affrontarle in emergenza.<\/p>\n<p><strong>Lo scenario pi\u00f9 probabile per Hormuz nei prossimi 18 mesi \u00e8 una risoluzione del conflitto?<\/strong><br \/>No. Lo scenario centrale \u00e8 la prosecuzione dell&#8217;equilibrio degradato attuale, con flussi petroliferi a due terzi della capacit\u00e0, scortate militari permanenti americane e costi strutturalmente pi\u00f9 alti. Una risoluzione rapida richiederebbe compromessi sulla sovranit\u00e0 dello Stretto che nessuna delle due parti sembra disposta a fare. Un&#8217;escalation totale \u00e8 possibile ma meno probabile della stagnazione.<\/p>\n<p><strong>Come influisce il conflitto di Hormuz sulla politica monetaria europea?<\/strong><br \/>La BCE monitora l&#8217;inflazione energetica importata da Hormuz come variabile esogena difficile da controllare. Se i prezzi dell&#8217;energia rimangono elevati a causa dei flussi ridotti, la pressione inflattiva limita lo spazio per ulteriori riduzioni dei tassi di interesse, rallentando potenzialmente la ripresa economica europea.<\/p>\n<hr>\n<h2>Watchlist Operativa: Cosa Seguire nelle Prossime Settimane<\/h2>\n<p><strong>Sul fronte USA-Iran:<\/strong> eventuali dichiarazioni di Oman o Qatar su nuovi tentativi di mediazione; comunicazioni del Pentagono sui volumi di transito settimanali; dichiarazioni del Congresso americano su procedure di autorizzazione del conflitto, qualsiasi movimento in questa direzione sarebbe un segnale di cambio di fase.<\/p>\n<p><strong>Sul fronte dei mercati:<\/strong> volatilit\u00e0 implicita sui futures petroliferi a 3 e 6 mesi; premi war risk Lloyd&#8217;s per navi mercantili nel Golfo; spread tra Brent e WTI come indicatore di stress sulle rotte di approvvigionamento; cambio euro-dollaro in relazione ai movimenti del petrolio.<\/p>\n<p><strong>Sul fronte delle infrastrutture alternative:<\/strong> utilizzo effettivo della pipeline saudita East-West (Petroline) e della pipeline degli EAU che bypassa lo Stretto; annunci di capacity expansion su queste infrastrutture sarebbero un segnale che i paesi del Golfo si preparano a un conflitto lungo.<\/p>\n<p><strong>Sul fronte logistico e assicurativo:<\/strong> aggiornamenti da P&#038;I clubs e Lloyd&#8217;s Market Association sui termini delle coperture war risk; annunci di compagnie di shipping su modifiche alle rotte standard; dati settimanali di AIS (Automatic Identification System) sui transiti attraverso lo Stretto.<\/p>\n<hr>\n<h2>Terra di Nessuno, Costi di Tutti<\/h2>\n<p>La petroliera che naviga di notte senza transponder, scortata da un cacciatorpediniere americano, \u00e8 la metafora pi\u00f9 precisa della nuova economia del Golfo. Passa, ma non liberamente. Arriva, ma con costi che qualcuno deve assorbire, e quel qualcuno, lungo la catena, \u00e8 spesso un&#8217;azienda europea che pensava di avere un contratto di fornitura stabile.<\/p>\n<p>La dinamica di potere in gioco \u00e8 questa: Iran usa lo Stretto come leva di sopravvivenza politica, USA lo usa come arena di dimostrazione strategica, e il resto del mondo, Europa in testa, paga il differenziale. Non c&#8217;\u00e8 cattiveria in questo meccanismo. C&#8217;\u00e8 semplicemente il funzionamento normale di un sistema in cui chi non ha voce al tavolo paga il conto degli altri.<\/p>\n<p>Hormuz non \u00e8 un problema energetico. \u00c8 una tassa sull&#8217;assenza strategica europea che viene riscossa ogni settimana, barile dopo barile.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Fatto in Numeri: Hormuz a Settembre 2026, tra flussi parziali e attacchi continuati I dati che circolano in queste ore raccontano una situazione che il termine &#8220;stabilizzata&#8221; non riesce a descrivere onestamente. 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